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Scenari ancora peggiori di quelli già sperimentati con l’attuale emergenza Coronavirus sarebbero in agguato, in diverse aree del mondo, con il rischio di un ritorno al più profondo abisso della pandemia, su scala globale. Lo ha evidenziato l’Oms, lanciando un allarme: “Il peggio deve ancora venire“.

L’allarme dell’Organizzazione mondiale della Sanità

Non c’è dubbio sul fatto che la situazione Covid, in Italia come nel resto del mondo, sia ancora troppo fluida per gridare alla fine di un incubo, lungo ormai diversi mesi. Lo rivelano soprattutto i nuovi focolai, che emergono nel contesto del progressivo allentamento del lockdown, e che impongono massima cautela sui prossimi passi da compiere.

È un lento ritorno a galla, quello dopo l’abisso della fase più acuta, nei Paesi che hanno risposto per primi all’emergenza sanitaria, che si rivela non privo di incognite e fisiologiche paure.

E mentre i numeri italiani delle ultime settimane restituiscono la fotografia di un sensibile miglioramento, su scala nazionale, alimentando l’orizzonte di una risoluzione della crisi, tutte le nazioni sono chiamate a rispondere in modo organico dall’Oms, per scongiurare di precipitare verso le criticità di partenza.

Il peggio deve ancora arrivare. Mi dispiace dirlo, ma con questo ambiente e in queste condizioni, noi temiamo il peggio. Un mondo diviso aiuta il virus a diffondersi“. Lo ha dichiarato, spiega Ansail direttore generale Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, nel consueto briefing sul Covid-19.

L’invito all’unità di sforzi e di intenti riguarda tutti: “Sin dall’inizio, abbiamo detto di mettere in quarantena la politicizzazione della pandemia e di restare uniti, perché il virus è veloce e uccide e può sfruttare le divisioni tra di noi. Il nostro messaggio non riguarda nessun Paese in particolare, ma riguarda tutto il mondo“.

Le parole del direttore generale Oms arrivano, nelle stesse ore in cui uno studio, pubblicato dal Guardian, sulla base dei dati elaborati dalla Oxford University, fotograferebbe il maggiore rischio di una seconda ondata, per almeno 10 Paesi. Qui la risposta all’emergenza avrebbe mostrato falle importanti, sia a livello di comunicazione ai cittadini sia a livello di strategie di contenimento.

Oltre 10 milioni di casi nel mondo

Sono trascorsi ormai sei mesi – ha ricordato Ghebreyesus – da quando l’Oms ha ricevuto le prime notizie di focolai di polmonite dalla causa sconosciuta, in Cina.

Sei mesi fa, nessuno di noi avrebbe potuto immaginare come la nostra vita sarebbe stata stravolta. La pandemia ha tirato fuori il meglio e il peggio dell’umanità“.

Nel seno dell’emergenza si è insinuata la tensione intestina tra Stati Uniti e Cina, con le ombre sui presunti ritardi nell’allarme sul Coronavirus e le tesi di una origine non naturale del Sars-CoV-2, avanzate dall’amministrazione Trump. Il tutto, nel tessuto di uno scenario internazionale frastagliato che, secondo Oms, non avrebbe aiutato a mettere in campo strategie congiunte, in grado di avere effetti di lungo periodo.

Al 28 giugno scorso, i dati sull’evoluzione della pandemia, diffusi dalla Johns Hopkins University, sono un chiaro segnale della straordinarietà del momento. Superati i 10 milioni di casi di Coronavirus, su scala globale, con un bilancio di decessi che si aggirerebbe intorno ai 500mila. Stando ai numeri osservati dall’università americana, le persone guarite finora sono oltre 5 milioni.

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