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Prosegue l’attività dell’acciaieria grazie alla decisione del tribunale del riesame di Taranto. E ora sul tavolo della trattativa con Arcelor Mittal salgono gli esuberi e gli ammortizzatori sociali.

Il 7 gennaio il Tribunale del Riesame di Taranto ha accolto il ricorso dell’Ilva e ha dichiarato non necessario lo spegnimento dell’altoforno 2 dell’acciaieria richiesto dalla precedente gestione per lavori di messa in sicurezza. Ha però previsto una proroga di massimo 14 mesi per attuare le modifiche richieste.

Saranno mesi importanti, che serviranno all’Ilva per installare sei nuove macchine già ordinate in Germania, in attesa di consegna nei prossimi mesi, necessarie proprio a migliorare le condizioni di sicurezza dell’impianto, automatizzando il ciclo di colata della ghisa.

La decisione del tribunale è stata importante perché ha consentito la prosecuzione dell’attività dell’acciaieria dando altri 14 mesi di respiro alla trattativa per il suo salvataggio, dopo il dietrofront di ArcelorMittal, in piena rottura con il Governo Italiano che ha deciso di modificare alcune delle norme contenute nell’accordo con la controparte indiana, a partire dall’introduzione dello scudo penale. Modifiche di fronte alle quali ArcelorMittal ha deciso di abbandonare l’accordo, dichiarandolo interrotto e minacciando l’abbandono repentino degli investimenti. Una dichiarazione di chiusura certa per tutto l’impianto.

Poi la trattativa è lentamente ripresa, ripartendo dal preaccordo firmato nel dicembre del 2019, ma si è spostata soprattutto sul fronte dei lavoratori. ArcelorMittal ha chiesto inizialmente 5.000 licenziamenti per poter restare, per poi scendere a 3.500 (capitalizzando probabilmente anche una diminuzione progressiva degli ordini dovuta alla crisi economica globale) e il tavolo di discussione si è riaperto dirigendosi lungo tre direttrici principali:

  • L’ipotesi di un riassetto della proprietà affiancando lo Stato ad ArcelorMittal in una nuova società a partecipazione mista;
  • Una modifica dell’assetto produttivo;
  • La definizione degli esuberi della forza lavoro in un numero che sia un compromesso tra i 3.500 richiesti da ArcelorMittal e i 1.300 circa per i quali era già stata definita una cassa integrazione ordinaria.

È proprio quest’ultimo fronte a essere il più caldo e il capitolo degli ammortizzatori sociali e delle loro coperture a diventare centrale.

Da una parte c’è l’estensione anche al 2020 dell’integrazione salariale al 10% per i lavoratori di Ilva in cassa integrazione. E dall’altra c’è la proroga per il 2020 e il 2021 dell’esistenza dell’Agenzia per il lavoro portuale che deve erogare l’indennità di mancato avviamento per i lavoratori disoccupati e cercare di favorire un loro nuovo impiego.

A questo si aggiunge la possibilità di ampliare la platea della cassa integrazione non più ordinaria ma straordinaria (in virtù del riassetto industriale e societario) e la definizione delle modalità per cui potrebbe essere possibile, in un futuro prossimo, reintegrare i cassintegrati di Ilva non nel gruppo ma in altre imprese collegate attraverso un insieme di incentivi e sgravi fiscali.

Una grande platea di questioni aperte che nei prossimi mesi impegneranno il Governo su un fronte che conta circa 10.700 lavoratori diretti (di cui 8.000 a Taranto) e 3.500 persone dell’indotto.

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