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CRISI ILVA: COSA È SUCCESSO DAVVERO CON ARCELOR MITTAL

La cancellazione dello scudo penale per i nuovi futuri proprietari li ha spinti a fare un passo indietro sugli accordi. Un gesto motivato anche dalla situazione mutata del mercato, in rallentamento. Ora sono a rischio 10.700 posti di lavoro e l’1,4% del nostro pil

Dopo la crisi, lo sciopero. Nella giornata del 7 novembre, nella ArcelorMittal di Taranto, la ex Ilva, è stato indetto un giorno di sospensione dal lavoro da Fim, Fiom e Uilm per protestare contro i 5 mila esuberi dichiarati da Arcelor Mittal e il recesso dal contratto stipulato solo un anno fa con il governo italiano che fa tornare indietro l’orologio di 365 giorni con la riconsegna di stabilimenti, impianti e personale all’amministrazione straordinaria di Ilva. Lo sciopero ha funzionato a metà: poche proteste, molti lavoratori in fabbrica, la percezione di una perdita di fiducia che affievolisce anche la forza della protesta.

Si palesa come un fallimento senza precedenti questo, per Taranto, per il Governo italiano ma soprattutto per i 10.700 dipendenti italiani che vivono del funzionamento della maggiore acciaieria europea e che confidavano nella tenuta di un accordo che è stato invece impugnato dagli azionisti indoeuropei che si sono appellati al fatto che oggi sono state cambiate le condizioni stabilite in precedenza.

Ma andiamo con ordine.

Un anno fa la ex Ilva, travolta dal crack della famiglia Riva e messa nelle mani di commissari straordinari, è stata venduta sotto il Governo Renzi al gruppo indoeuropeo ArcelorMittal. L’operazione era stata conclusa dall’allora Ministro allo Sviluppo Economico Carlo Calenda e prevedeva 18 mesi di affitto a partire dal mese di novembre del 2018, al termine dei quali sarebbe scattato l’acquisto. Era stato concordato un prezzo di 1,8 miliardi di euro, a cui si sarebbero aggiunti investimenti sull’ambiente per 1,1 miliardi, sullo stabilimento per 1,2 miliardi e, soprattutto, nessun licenziamento. Indubbiamente un’operazione conclusa con successo su tutti i fronti.

Partiamo dal presupposto che stiamo parlando di un’impresa che non è solo la più grande azienda siderurgica italiana ma che è il maggior stabilimento per la lavorazione dell’acciaio in Europa. Conta 10.700 dipendenti (di cui circa 8.000 a Taranto) con un indotto di circa 3500 lavoratori che ha il terrore di restare davvero senza lavoro. Secondo le analisi econometriche dello Svimez, riportate da IlSole24Ore, la ex Ilva rappresenta l’1,4% del Pil italiano.

Tutto bene, quindi, fino a quando il precedente Governo Lega-M5S non ha messo in discussione una delle clausole che tenevano in piedi l’accordo: ovvero la presenza di uno scudo penale per gli amministratori dell’azienda. Questo scudo è stato prima ridimensionato dal governo giallo-verde e infine definitivamente cancellato dall’attuale Governo in carica. E per Arcelor Mittal lo scudo penale resta una condizione indispensabile per mantenere l’accordo preso. Ha dunque dichiarato di voler cancellare l’accordo, restituire l’azienda al commissario straordinario e lasciare l’Italia. Anche perché nel frattempo uno degli altoforni di Taranto è stato chiuso dalla magistratura perché non messo a norma, e la crisi del mercato siderurgico si è acuita a causa anche dei dazi.

Che anche questi fattori non siano secondari nella decisione repentina degli indoeuropei, lo conferma il premier Conte che, dopo aver incontrato ArcelorMittal per discutere della questione ha proposto una modifica del blocco penale (andando incontro all’azionista) e si è sentito rispondere che sarebbe comunque necessario rimettere mano al contratto proprio perché il mercato è cambiato, i livelli produttivi previsti sarebbero inferiori al passato e dunque sarebbe necessario anche attuare una riduzione di personale di 5.000 persone.

Il punto è capire ora se ArcelorMittal può davvero prendere e lasciare tutto e fare un passo indietro di tale portata. Ovviamente l’azienda sostiene che il contratto di affitto ancora in essere preveda la possibilità di recedere in qualsiasi momento, nel caso di una nuova legge che rendesse impossibile la prosecuzione del piano industriale. E ovviamente il Governo sta cercando la strada per evitare il peggio.

Una strada tutta in salita alla cui pendenza hanno contribuito, questa volta, tutte le forze politiche: dalla coalizione Lega-M5S prima a quella M5S-PD ora.

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