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Pericolo recessione per l’Italia, Francia e Germania: cosa succede?

Gli indici che misurano le aspettative per la crescita dell’industria sono tutti ai minimi storici. E ad appesantire la situazione sono arrivati anche i dazi Usa su parte delle importazioni

Un’Italia sofferente, in un’Europa malata, in un contesto globale di grande difficoltà. Come in una matriosca universale, la crisi economica non sta escludendo nessuno. Anzi, sta aprendo inesorabilmente la strada della recessione non più solo a singoli Paesi e casi isolati in alcune aree geografiche definite ma all’Occidente intero. Lo dicono alcuni dati economici che aiutano a comprendere meglio le attese sui principali settori di interesse, a partire dalla manifattura. L’indice che ne misura le aspettative, a livello globale, è sotto la quota dei 50 punti, un livello minimo che fa da confine tra espansione e contrazione. 

L’Europa in affanno

L’Italia sarà pure un grande malato in Europa, dunque, ma di certo non è l’unico. L’economia di tutta l’Eurozona è in contrazione, prossima alla stagnazione. Anche il governatore della BCE Mario Draghi lo ha dichiarato, stimando la crescita del pil in calo a +1,1% nel 2019 e a +1,2% nel 2020 ben al di sotto delle previsioni fatte a dicembre. “Lo slancio della zona euro è rallentato significativamente”, ha detto. 

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I dati del terzo trimestre lo dimostrano: la domanda di beni e servizi è ai minimi degli ultimi sei anni. Pesante il calo soprattutto nel manifatturiero al valore minimo degli ultimi 83 mesi (45,6), mentre il terziario è sceso ai minimi degli ultimi 8 mesi a quota 52. Il tutto associato al calo dell’occupazione e della fiducia, anche questa ai minimi degli ultimi 7 anni. 

E nel panorama europeo ci sono situazioni che preoccupano più di altre. La prima (e più pesante) è quella della Germania, finora la “locomotiva d’Europa”, dove lo stesso indice Pmi della manifattura a settembre è sceso a 41,44 punti rispetto ai 43,5 di agosto così come quello dei servizi che ha raggiunto i 52,5 punti dai 54,2 del mese precedente. Sono i livelli più bassi dal 2009.

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Sempre in terra tedesca la produzione si è contratta per la prima volta dal 2013 così come in Francia, altro paese che soffre meno ma certo non migliora: gli ordini all’industria hanno raggiunto i minimi degli ultimi quattro mesi.

La mannaia dei dazi Usa

A pesare come un’ultima pesantissima mannaia sulla situazione già difficile è il via libera agli Stati Uniti d’America dell’imposizione dei dazi sulle importazioni dall’Europa come contromossa ai sussidi erogati alla Airbus dalla Ue (e giudicati illegittimi dalla World trade organization, l’organizzazione mondiale del commercio che supervisiona gli accordi commerciali tra gli stati membri) che avrebbero creato a Boeing un danno da 7,5 miliardi di dollari. La stessa procedura colpirà anche gli stessi Stati Uniti d’America accusati a loro volta dalla Ue di aver favorito, allo stesso modo, la Boeing con altri aiuti di Stato. La decisione sarà presa, però, in questo caso, nel 2020.

Per ora, dunque, a essere colpita è l’Europa che, attraverso i dazi, dovrà “restituire” agli Usa la cifra di 7,5 miliardi. Come? Con un’imposizione fiscale del 10% sui grandi aerei commerciali e del 25% su prodotti agricoli e industriali. 

Il quotidiano IlSole24Ore ha pubblicato il totale di importazioni su cui impatterebbe questa norma nei singoli Stati della Ue, elaborati dagli uffici tecnici del ministero dello Sviluppo economico sui dati comunicati dalle dogane americane. Ebbene, per l’Italia si parla di dazi su 5,07 miliardi di dollari di export (sul totale di 54,7 miliardi), pari al 9% dell’export italiano negli Usa, tra cui vino e formaggi. Per la Francia 8,1 miliardi (su 52,4 miliardi), per la Germania quasi 4,5 (su 125,9), per il Regno Unito 3 (su 60,7), per la Spagna 1,8, (su 17,2). La guerra economica è solo agli inizi.


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