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La crisi del petrolio in Arabia Saudita: cosa sta succedendo

Dieci droni rivendicati da ribelli iraniani in Yemen hanno dimezzato la produzione dei maggiori giacimenti. Un danno economico enorme. E una miccia per i rapporti già tesi tra Usa e Iran

C’è un nuovo fronte caldo, anzi caldissimo, che sta alimentando le tensioni tra Usa e Iran. Il baricentro è l’Arabia Saudita e il cuore dello scontro è il petrolio. 

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L’ATTACCO

Il 14 settembre 10 droni aerei, il cui invio è stato poi rivendicato dai ribelli filo iraniani presenti in Yemen, gli Houthi, hanno incendiato due giacimenti arabi: il primo a Khurais, in grado di garantire una produzione di 1,5 milioni di barili al giorno, e il secondo ad Abqaiq, il pozzo più grande del mondo da cui passano circa due terzi dell’export per un totale di 7 milioni di barili al giorno.

Il risultato è stata l’interruzione quotidiana della fornitura di 5,7 milioni di barili (il 6% della produzione mondiale) secondo quanto comunicato dal ministro dell’energia arabo Abdulaziz bin Salman. Significa aver più che dimezzato la produzione di Riad.

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Il segretario di stato americano Mike Pompeo ha subito accusato in suo tweet l’Iran, il governo e il presidente Rouhani di essere responsabili degli attacchi “senza precedenti”. Dall’altra parte Rihad nega questa responsabilità e le diplomazie internazionali si sono subito messe in movimento. Gli Usa hanno anche messo a disposizione le riserve petrolifere americane per un supporto in caso di necessità. 

Il danno infatti è enorme, non solo in termini diplomatici ma soprattutto sotto il profilo economico. 


LA CRISI ECONOMICA

Le quotazioni dei future sul greggio sono infatti schizzate al rialzo dopo l’attacco, in un modo che non si era mai visto prima: il 16 settembre erano a 71 dollari, ovvero il 20% in più dell’ultimo prezzo per poi riscendere il 17 settembre a 68 dollari, comunque un salto del 10% rispetto alla scorsa settimana. 

Il parziale recupero è dovuto alle rassicurazioni di Riad che ha dichiarato di poter reagire in tempi brevi (per quanto solo in parte) riuscendo a ripristinare un terzo della produzione già in questi giorni e assicurando che nel frattempo le esportazioni di petrolio continueranno regolarmente con l’aiuto delle scorte in possesso che saranno in grado di supplire al danno subito per circa un mese.

Va infatti considerato che la perdita di 5,7 milioni di barili al giorno è il maggiore danno mai causato ai mercati petroliferi nella storia, anche più di quanto avvenne nel 1990 con la guerra Iraq-Kuwait.

I RINCARI PER LE FAMIGLIE

E questo scatto al rialzo delle quotazioni potrà avere ricadute pesanti anche sul portafoglio degli italiani. A partire dai prezzi di benzina e gasolio.
Secondo una stima effettuata dal Codacons, qualora le quotazioni dovessero raggiungere quota 80 dollari al barile, alla pompa si potrebbero pagare almeno 10 centesimi in più. La benzina potrebbe costare fino a 1,8 euro al litro e il diesel fino a 1,695 euro al litro con un maggior esborso di 5 euro per ogni pieno e una maggiore spesa annua di 120 euro a famiglia solo per i rifornimenti di carburante. “A tali costi andrebbero aggiunti i rincari dei prezzi per il trasporto dei beni, considerato che in Italia l’86,5% viaggia su gomma e che il costo dei carburanti incide fino allo 0,5% sui prezzi delle merci trasportate su gomma” si legge in una nota.

In totale e senza contare le ricadute sulle bollette di luce e gas e i maggiori costi a carico di imprese e industrie, l’incremento generalizzato dei listini potrebbe quindi determinare un aggravio pari a circa 200 euro annui a famiglia per l’acquisto di beni trasportati, portando la stangata complessiva a circa 320 euro.

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