fbpx

Notizie Libere 24

Le notizie piu interessanti del momento

BREXIT: cosa accade ora che Boris Johnson è diventato minoranza?

Si avvicinano nuove elezioni nel Regno Unito e si allontana la possibilità di un’uscita senza accordo dalla Ue. Che, in tal caso, avrebbe perso fino a 52 miliardi di euro.

Nel Regno Unito la Brexit si complica. Ulteriormente. E non solo quella.

Si complica di molto anche la vita del neo premier Boris Johnson, deciso a portare il Paese fuori dalla Ue senza un accordo con Bruxelles, opzione che scatterebbe in mancanza di intesa entro il 31 ottobre e che causerebbe un danno economico di dimensioni enormi al Paese con la fuga dei capitali e delle aziende verso nuove piazze finanziarie. Una scelta giudicata dagli oppositori interni al Regno Unito come sbagliata ma che Johnson ha comunque tentato di portare fino in fondo decidendo di sospendere i lavori del Parlamento fino al 18 ottobre per evitare proprio la discussione su questo tema.

Ma l’opposizione interna si è coalizzata e ha costretto in pochi giorni il premier a portare il Paese al voto. Dopo essere passato in minoranza in Parlamento con la defezione di Philip Lee, parlamentare Tory, saltato dall’altra parte dei seggi della Camera dei Comuni tra le fila del partito socialdemocratico, infatti, Johnson ha subito altre tre sonore sconfitte. 

La prima il 3 settembre quando il Parlamento ha approvato con 328 voti a favore e 301 contrari la richiesta dell’opposizione laburista di votare una legge che blocchi una Brexit no-deal, ovvero senza accordo con la Ue. 

La seconda è arrivata la sera del 4 settembre quando la Camera dei Comuni ha approvato la legge anti no-deal con 327 voti a favore e 299 contrari. Ora si attende anche il voto della Camera dei Lord.

A questo punto Johnson non ha avuto scelta: ha presentato la mozione che chiede lo scioglimento della Camera e lo svolgimento di elezioni anticipate il 15 ottobre. Ma anche questa volta è stato messo all’angolo: la sua richiesta è stata bocciata da 298 deputati (favorevoli solo in 56). Gli servivano 434 voti favorevoli. Una vera débâcle. Prima bisogna attuare la legge anti no-deal e poi si può tornare alle urne, è stata la volontà del Parlamento.

È un “tutti-contro-Johnson” quello che sta andando in scena nel Regno Unito dove laburisti, verdi, liberaldemocratici e le forze nazionaliste di Galles e Scozia si sono riunite per contrastare il fare autoritario, populista e sovranista del neo premier che ha creato scontento non solo internamente, ma in tutta Europa. 

In caso di no-deal, infatti, Bruxelles vedrebbe sfumare i 39 miliardi di sterline che il precedente Governo May aveva negoziato come prezzo da pagare per chiudere l’uscita del Regno Unito dalla Ue in modo “concordato” (il cosiddetto Brexit-bill). Si tratta di circa 42 miliardi di euro. Una sorta di “separazione consensuale” che però May non è riuscita a far passare in Parlamento che si è espresso con voto contrario. Da lì le sue dimissioni e il passaggio di testimone a Johnson.

Ma non solo. Ai 39 miliardi di sterline si sommano le cifre previste nell’ultimo bilancio Europeo 2014-2020 che parla di 10 miliardi di euro di quota in capo a Londra per il 2020. Soldi che, qualora dovesse sfilarsi dall’Unione Europea, dovrebbero essere ripartiti (almeno in parte) tra le altre 27 potenze europee. Per l’Italia si parla di circa 1 miliardo in più di costi, allo stato attuale. Non poco, considerando che il nostro Paese è già un contributore netto, ovvero uno Stato che versa a Bruxelles più di quanto riceve (siamo a credito di circa 5 miliardi). 

La somma attuale del danno finanziario per la Ue, dovuto all’uscita del Regno Unito, raggiunge dunque, tra penale e mancati versamenti, i 52 miliardi di euro. Soldi che, oltre ad appesantire i bilanci degli stati rimanenti, andranno a inficiare anche progetti di crescita dell’Unione Europea. Sempre che a Londra non accada un miracolo. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *