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Hong Kong: perchè la gente protesta in piazza contro la Cina? Ecco cosa succede

Hong Kong e Cina: arresti, proteste e tensioni economiche

Le rivolte per i diritti civili non si fermano. E Pechino non reprime con la violenza solo perché Hong Kong rappresenta un bacino economico di primaria importanza. Per ora

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Erano stati arrestati la mattina presto del 30 agosto, ma dopo poche ore sono stati liberati su cauzione. A due dei più famosi attivisti pro-democrazia di Hong Kong, Joshua Wong e Agnes Chow, 22 anni, è stato tuttavia disposto il divieto di “circolazione” notturna e il divieto di ingresso nell’area dell’Admiralty, dove si tengono tutte le manifestazioni contro la legge sulle estradizioni in Cina.

Non si calma la grande tensione che caratterizza i rapporti Cina – Hong Kong da giugno: il 31 agosto è una data simbolo in quanto quinto anniversario della legge con cui Pechino ha “blindato” la scelta del capo politico di Hong Kong e sono passati ormai tre mesi dall’inizio delle proteste contro un disegno di legge che avrebbe consentito l’estradizione di persone da Hong Kong per essere processate nella Cina continentale. La paura dei manifestanti è che una legge di questo tipo si potrebbe tradurre in repressione.

Il disegno di legge è stato sospeso, ma le manifestazioni sono continuate (perché ne viene richiesta la soppressione definitiva) e con loro i disordini con cui soprattutto gli studenti stanno chiamando in piazza i loro coetanei, sempre numerosi. E il timore di una stretta sui diritti civili aumenta.

C’è un fattore però che non può essere lasciato in secondo piano quando si parla di relazioni tra Hong Kong e la Cina continentale. Ed è quello economico. E oggi è forse l’unico vero motivo che impedisce al governo centrale cinese di reprimere con maggiore forza quanto sta accadendo. 

La Borsa di Hong Kong ha perso il 5% da inizio giugno e l’11% da fine giugno. Alcuni analisti stanno iniziando a lanciare l’allarme sulla fuga di capitali da quella che fino a soli pochi mesi fa era considerata la città finanziaria internazionale aperta e cuore delle relazioni cinesi, porta di ingresso per i capitali esteri in Cina e di uscita per le aziende cinesi verso l’occidente. Il luogo in cui il sistema centralizzato comunista di Pechino ha lasciato il posto a un mercato internazionale aperto.

Come spiega in un’interessante analisi su LaVoce.info Alessia Amighini, Professore associato di Politica economica presso l’Università del Piemonte Orientale e Associate Senior Research Fellow nel programma Asia dell’ISPI, “è questa funzione di Hong Kong – non la dimensione del suo Pil, evidentemente molto ridimensionata negli ultimi venti anni – che continua a restare fondamentale per la strategia di crescita cinese”.

E continua ad esserlo nonostante negli ultimi anni Pechino abbia lavorato per aumentare il peso sulle attività economiche di altri centri finanziari. È da qui che nasce “il progetto della Greater Bay Area” spiega Amighini su Lavoce.info, “un’enorme area industriale, economica e finanziaria che integra Hong Kong e Macao con nove città della provincia del Guangdong – comprese le megalopoli di Shenzhen e Guangzhou – in un unico centro economico e commerciale che ambisce a diventare la Silicon Valley cinese”.

L’obiettivo di Pechino è quello di rendere Hong Kong meno importante di quanto non lo sia oggi. O quantomeno non in via esclusiva. Ma fino a quando non sarà così, non può permettersi di inimicarsi i mercati occidentali. Troppo rischioso e costoso. 

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