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Il lavoro in Italia: più occupati ma precari e scontenti

La disoccupazione è in aumento e l’occupazione è tornata ai livelli pre-crisi, senza alcuna solidità né soddisfazione della propria posizione

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I dati di febbraio relativi alla disoccupazione italiana e comunicati dall’Istat non sono positivi né tantomeno rassicuranti. Il 10,7% della popolazione non ha un lavoro, lo 0,1% in più di gennaio anche se lo 0,2% in meno di un anno fa. Nello stesso periodo la disoccupazione giovanile si è attestata al 32,8%, in leggera diminuzione rispetto a gennaio (-0,1%), ma distante quasi 14 punti dal minimo precedente all’inizio della crisi (19,4% a febbraio 2007).

C’è tuttavia un dato che fa riflettere. Come sottolineano gli esperti de LaVoce.info (https://www.lavoce.info/archives/58313/quanto-lavoro-sprecato/) il dato dell’occupazione è da leggere in una chiave nuova. Se il tasso di disoccupazione generale è ancora di 5 punti superiore a quello pre-crisi, infatti, il numero di occupati già alla fine del 2018 era tornato ai livelli del 2008: circa 22,5 milioni (che comprendono soprattutto gli ultra cinquantenni e solo in misura minore i più giovani).

Cosa significa questo? Significa che è diminuito in modo importante il numero degli inattivi, ovvero di coloro che non cercavano un’occupazione. In molti si sono dunque messi alla sua ricerca e l’hanno anche trovata. Quello che però le statistiche dell’Istat non dicono è che viene considerato “occupato” anche chi ha svolto una sola ora di lavoro nella settimana di riferimento della rilevazione.

Quindi questo vuol dire che la diminuzione degli inattivi e il loro ingresso nel mondo del lavoro non ha come conseguenza diretta una risoluzione della problematica della disoccupazione per queste persone ma, più probabilmente, è solo una fotografia del peggioramento della situazione precaria di chi trova un’occupazione spesso temporanea a causa delle nuove norme sui contratti di lavoro e sul cambiamento dell’offerta da parte delle aziende.

E non solo. Cambia anche la produttività del lavoro. È evidente che una posizione stabile con una progettualità nel tempo è più facilmente riconducibile a un indice di produttività elevato rispetto alle situazioni precarie dove la consapevolezza di un “termine” riduce già di per sé le aspettative e l’investimento personale futuro. Già nel 2017 circa 1 milione di occupati secondo l’Istat hanno lavorato meno ore di quelle desiderate e sarebbero stati disponibili a lavorare più ore nella settimana di riferimento dell’indagine (4,4% del totale occupati). La tendenza è continuata anche nel 2018 favorendo dunque il consolidamento di una forza lavoro più instabile e scontenta.

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