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Pensare positivo aiuterebbe a guarire: quanto funziona l’effetto placebo?

L’effetto placebo costituisce probabilmente la più antica forma di rimedio che l’uomo abbia mai conosciuto. In cosa consiste? Essenzialmente, nel curarsi da sé, con la sola forza della propria convinzione, da alcuni mali. Resta da sottolineare che molte malattie necessitano dei farmaci.

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Intrugli, sanguisughe e magie per allontanare i malanni

Partiamo, nella ricostruzione della storia del placebo, dagli intrugli che venivano rifilati alle persone sofferenti quando ancora non si aveva alcuna conoscenza delle reali cause della loro malattia, ma se ne vedevano soltanto i sintomi. Quando c’erano malanni che sembravano riconducibili a un problema di sangue, salassi e sanguisughe erano la soluzione. Oggi sappiamo che una parte dei rimedi utilizzati un tempo erano inutili, ma allora si era convinti che fossero validi e quindi, talvolta, funzionavano.

Ancora adesso, in diverse realtà, la medicina “tradizionale” è molto in voga, e viene spesso preferita a quella “scientifica”. Non pensiamo soltanto alle tribù, in varie zone del mondo, in cui le persone non accettano i canoni di vita moderni e preferiscono rivolgersi ai maghi locali per tornare in salute, ma ricordiamo anche il caso della medicina tradizionale cinese, molto praticata in un Paese a noi più vicino in termini di sviluppo economico, sociale e scientifico. Ampiamente diffusa anche in Europa è poi l’omeopatia. Uno studio promosso dalla Bundesärztekammer (Associazione Medica Tedesca) ha mostrato come metà dei medici teutonici prescrivano placebo ai propri pazienti: dalle semplici vitamine, ai rimedi omeopatici, per arrivare addirittura alla “chirurgia placebo”.

Immagine che ritrae i componenti utilizzati per creare un intruglio tradizionale
I rimedi tradizionali sono ancora molto utilizzati

Studi medici riconoscono l’efficacia dei placebo nel curare alcune malattie

Vi sono in Occidente molte ricerche volte a comprovare l’effettiva efficacia della somministrazione ai pazienti di placebo in forma di farmaci, terapie e interventi chirurgici. Di ciò si occupano, tra gli altri, i membri della Society for Interdisciplinary Placebo Studies.

In alcune situazioni, assumere una pillola di zucchero anziché un vero e proprio farmaco può condurre allo stesso effetto. Nel caso del placebo, ci si rimette perché si è convinti che questo ci consentirà di superare il problema e quindi si stimola nel nostro corpo una più forte reazione spontanea alla malattia. Convinto sostenitore di quanto sopra riportato è il professor Ted Kaptchuk dell’Harvard-affiliated Beth Israel Deaconess Medical Center, il quale però, a differenza di altri suoi colleghi, limita l’efficacia comprovata dei placebo al campo della gestione del dolore e ad altre situazioni circoscritte. I farmaci inerti sarebbero per esempio molto utili contro l’insonnia da stress o per trattare i sintomi secondari dati dalle cure per il cancro, come nausea e spossatezza.

Più l’ambiente in cui siamo immersi è positivo, sottolinea il professor Kaptchuk, più il placebo risulta efficace: se a somministrare i finti medicinali è un medico in camice bianco in una struttura ospedaliera che pare all’avanguardia, sicuro che guariremo presto, se la nostra famiglia e noi stessi ne siamo fermamente convinti, allora i risultati saranno ancor più rapidi e visibili. Lo stesso vale, però, anche al contrario: esiste infatti l’effetto nocebo, che determina un intensificarsi dei sintomi della malattia quando viviamo in un ambiente che incide negativamente sulla nostra psiche.

Un medico intento a compilare una ricetta
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