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Manovra economica: quanto ci costa la bocciatura della Ue

Prestiti e mutui più cari, minore erogazione del credito e una procedura di infrazione che potrebbe blindare tra lo 0,2 e lo 0,5% del pil

L’Italia è stata bocciata. L’Unione Europea il 21 novembre ha ribadito quanto aveva già scritto il 23 ottobre: la manovra economica dell’Italia per il 2019 si basa su ipotesi ottimistiche di crescita con una deviazione dagli impegni presi di riduzione del debito “particolarmente grave”. La Ue stima infatti che il deficit del nostro Paese sarà pari all’1,9% del Pil nel 2018 e al 2,9% nel 2019 rispetto alle previsioni del Governo che parlano di 1,8% e 2,4%. Il piano dunque non è credibile.

A dare man forte alla Ue è arrivata anche l’Ocse: la manovra economica italiana allargherà il deficit di bilancio al 2,5% del Pil nel 2019 e al 2,8% nel 2020 con il debito pubblico che arresterà il suo graduale calo degli ultimi anni rispetto al prodotto interno lordo, stabilizzandosi su un livello alto, indicato vicino al 130% del Pil.

Insomma, i conti non tornano e l’Italia non ha intenzione di fare nessun passo indietro. Così la Ue ha deciso di aprire la cosiddetta “procedura di infrazione” per deficit eccessivo verso il nostro Paese.

La situazione è grave e molto pericolosa per i conti dello Stato e, di conseguenza, anche per quelli di tutti i cittadini e i risparmiatori.

Se la procedura di infrazione dovesse arrivare fino in fondo (entro due settimane spetta ai paesi membri valutare se procedere oppure no e, nel caso, l’Ecofin dovrà votarne l’avvio forse già nella riunione del 4 dicembre), verrà fatta una nuova richiesta di correzione del deficit da portare a termine entro sei mesi.

Nel frattempo l’Ue potrebbe chiedere il pagamento di una sanzione: il nostro Paese dovrà accantonare un deposito infruttifero tra lo 0,2% e lo 0,5% del pil dell’anno precedente.

Nel frattempo, per i portafogli di tutti, le cose stanno già cambiando. In peggio. La notizia ha procurato un ulteriore innalzamento dello spread (ovvero del differenziale di rendimento tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi) che ha raggiunto i 317 punti base. Significa che lo Stato spende più soldi per remunerare quanti hanno comprato i suoi titoli di stato. “Un eventuale aumento dei tassi di interesse pari a 100 punti base determinerebbe un peggioramento del Pil dello 0,7% rispetto allo scenario base” scrive l’Istat. Dunque una perdita enorme di ricchezza.

Ma uno spread più alto significa anche un costo dei prestiti per famiglie e imprese sempre maggiore. L’Abi avverte nel suo bollettino mensile che i tassi di interesse sulle nuove erogazioni saliranno, perché “risentono dell’aumento dello spread nei rendimenti dei titoli sovrani”. Sui mutui crescono all’1,87% dall’1,8 di settembre, sui prestiti alle imprese all’1,6% medio dall’1,45% precedente. Per il momento i prestiti continuano a segnare un aumento dell’1,9%, ma è Assonime ad avvisare il governo che un’ulteriore impennata del differenziale può indurre a “una forte restrizione del credito”.

“Ovviamente sono preoccupato per la situazione dello spread”, ammette il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, a margine di un evento a Montecitorio, per poi ribadire che la manovra per il 2019 “garantisce l’obiettivo della riduzione del rapporto debito-pil più volte ribadito dal Governo”. Speriamo che se ne convinca anche la Ue.

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