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Alitalia alle Ferrovie dello Stato: perché non è solo una cattiva notizia

La scarsa solidità delle offerte pervenute, il modello francese e l’idea di una sinergia nel mondo dei trasporti. Ecco i buoni propositi dietro l’operazione che fa discutere

Alitalia alle Ferrovie dello Stato. Dopo oltre 18 mesi di amministrazione straordinaria e la procedura di cessione avviata dal precedente governo ora l’esecutivo giallo-verde ha cambiato tutto: Alitalia non si vende più, si nazionalizza. E ha intenzione di farlo attraverso Ferrovie dello Stato che, insieme alla compagnia statunitense Delta, ha depositato la sua offerta vincolante per il 100% della compagnia.

Restano invece a guardare Easyjet, che ha depositato una semplice manifestazione di interesse, e la ben più solida Lufthansa che, inizialmente interessata, ha fatto poi sapere di non voler co-investire con il Governo e che, semmai, si riaffaccerà in un secondo momento.

Il piano del governo

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L’idea del Governo italiano infatti è vendere il 100% della compagnia a Ferrovie dello Stato che scenderà nel tempo fino al 51% consentendo in seconda battuta l’ingresso di capitali privati da parte di un partner del settore, definito “tecnico”, che possa traghettare la compagna sui sentieri della migliore marginalità possibile. E far rientrare in gioco, a questo punto, Lufthansa, Delta o Easyjet.

In attesa che si definiscano meglio i dettagli dell’operazione (ora inizieranno le due diligence interne), sono tornati gli spauracchi del 2008, quando il governo Berlusconi impedì la vendita della compagnia a Air France per darla in gestione a una cordata di imprenditori italiani che tutto hanno fatto tranne che gestirla in modo proficuo, così come la pioggia di critiche su un’operazione che agli occhi dei più sarebbe sinonimo di un nuovo “sperpero di soldi pubblici”.

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3 Buone ragioni per l’operazione Alitalia-Ferrovie

Eppure, ci sono tre buone ragioni per considerare l’operazione Alitalia-Ferrovie non proprio una cattiva idea.

1) Le proposte iniziali delle compagnie straniere interessate al dossier Alitalia e arrivate sul tavolo dei commissari, sono “tutto fumo e niente arrosto” come le ha illustrate il Ministro dei Trasporti Danilo Toninelli. I tre commissari straordinari le hanno definite come delle “generiche manifestazioni di interesse che non hanno alcun deposito finanziario convincente”. Da qui l’idea che meglio un intervento con capitali pubblici e un controllo diretto e vicino su come rilanciare Alitalia evitando un’emorragia di capitali umani e finanziari, che lasciare la compagnia nelle mani di competitor stranieri interessati (probabilmente) a farne solo uno spezzatino.

2) In questa direzione il Governo guarda con favore al modello Air France, in cui lo Stato è ancora presente con una partecipazione del 14%. Seppur con le dovute differenze (la prima è quotata mentre Alitalia no, e in Francia lo Stato ha via via diminuito la sua partecipazione mentre in Alitalia si tratterebbe di un nuovo ingresso), la presenza statale funge da deterrente alle politiche di alleggerimento del personale senza controllo che, nel caso Alitalia, vede 12 mila dipendenti in attesa di sentenza.

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3) L’accoppiata Fs-Alitalia, infine, risponde a un piano preciso del governo che è quello di fare sistema nei trasporti ovvero di evitare quanto avvenuto negli ultimi anni quando Fs con l’alta velocità sulla tratta Roma-Milano ha fatto una concorrenza spietata ad Alitalia. L’obiettivo è dunque trovare benefici per entrambe le aziende mettendo da parte le sovrapposizioni. Come spiegato dall’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Gianfranco Battisti, in un’intervista al Sole24Ore;“il collegamento degli aeroporti con la rete di alta velocità, l’eliminazione di sovrapposizioni sul piano industriale, un’integrazione anche commerciale con un biglietto unico che consenta di andare da Dubai a Bologna.” Questi sono motivi validi per pensare a una sana integrazione industriale. Purché questa avvenga davvero.

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